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È tutta una questione di cervello (e di uccello)

L’attore e regista Michele Placido fa un bilancio dei suoi primi quarant’anni di carriera. E parla di amore per la vita, e di quanto il suo mestiere somigli a una forma di artigianato. E a chi gli nega “quel” David di Donatello fa sapere che...

Quella sera di agosto, ad Ascoli Satriano, la temperatura aveva giocato un brutto scherzo imponendo un precocissimo assaggio d'autunno. Tutti – le vecchine negli scialli neri, gli uomini incollati alle panchine, i ragazzi che si sentirono improvvisamente nudi nelle loro magliette – si riversarono nella piazza centrale del paese: per stare più vicini, come fanno i pulcini quando hanno freddo, e per ascoltare un concerto.
Sul palco, un'orchestra alternava colonne sonore arcinote e classici napoletani, una cantante troppo truccata imitava la gestualità di Mina e un giovane presentatore annunciava i brani con la tenera ansia di chi vorrebbe fare questo mestiere anche da grande e su palchi più prestigiosi. Fu proprio lui il primo ad accorgersi del fatto che, seduto ai tavolini del bar, stava seguendo il concerto Michele Placido. Il Pippobaudino gli rivolge un deferente saluto ma lui gli fa un cenno sorpreso, e gli fa segno di non dire nulla. "Se fai il mio nome – gli dirà subito dopo – guarderanno tutti me, invece devono restare qui per ascoltare voi". Era l'estate del 1998.

Estate 2010. Michele Placido ha aggiunto alla targhetta "attore italiano tra i più amati" quella di "regista che non sbaglia un colpo". Una giornalista di moda lo intervista su "Romanzo Criminale" ma per finire sul tema della moda anni Settanta, come se stesse intervistando Roberto Cavalli. Non paga, gli chiede come trascorre le vacanze, se lo vedranno in Costa Smeralda. E Placido: "Chi? A me? Io l'estate vado al mio paese, Ascoli Satriano, a fare la salsa". La fashionista ancora oggi prende dei fiori di Bach, incredula, per il fatto che un vip non conduca una vita da vip e non faccia sfoggio di tutti i vezzi e i tic tipici del personaggio famoso.
"Forse era così negli anni Sessanta o Settanta, quando gli artisti che facevano cinema vivevano ancora il clima tipico della Dolce Vita narrato da Fellini. Le cose sono cambiate. Oggi, i personaggi del cinema sono stati rimpiazzati, nell'immaginario comune, dai vip della televisione: quelli sì che vanno in Costa Smeralda, e riempiono le copertine di un certo tipo di giornali, i Grandi Fratelli, le Veline... È quello il mondo più seguito e, non a caso, i ragazzi aspirano a quel tipo di traguardi. Chi fa cinema non sempre ha il tempo per fare questo tipo di vita. Io, alle sei del mattino devo alzarmi per andare a girare, non posso fare le due di notte. Quando non lavoro, invece, preferisco avere uno stile di vita più tranquillo, rilassarmi. Per questo, vengo in Puglia: ma mentre mi riposo e mi godo una vita più semplice, già mi concentro per il prossimo lavoro.

Lei ha debuttato nel cinema con Mario Monicelli, che pochi mesi fa se n'è andato in un modo che ha lasciato tutti a bocca aperta. O forse no?
La sera che Monicelli si è suicidato, anche se Mario non amerebbe questa parola, la maggior parte delle persone è rimasta stupita per il fatto che una persona così straordinaria e vitale abbia fatto un gesto che offende, di fatto, la vita. Però, io capisco il gesto di Mario: è sempre stato un uomo indipendente, orgoglioso, non ha mai voluto dipendere da nessuno. In quel modo, ha anticipato ciò che forse sarebbe accaduto dopo qualche mese e che, magari, lo avrebbe visto prima perdere la sua lucidità. Perciò ha fatto questo salto che non voglio definire "meraviglioso", ma che gli ha permesso di beffare persino la morte, anticipandola.

Può un personaggio trasformarsi da iniziale motivo di grande successo in una sottile forma di maledizione? Mi riferisco al commissario Cattani e alla fortunatissima, e indimenticata, esperienza del serial tv "La Piovra".
Sì, è vero, per un po' di tempo il pubblico mi ha identificato con quel ruolo. Ma al commissario Cattani devo anche la popolarità ottenuta in tutto il mondo. E, poi, dipende anche dalla personalità dell'attore: subito dopo quell'esperienza, ho ripreso la mia attività teatrale con un pubblico che in genere snobba la televisione, lavorando con grandi registi come Strehler e Ronconi. Certo, non è stato facile ricominciare, ma è anche grazie a quel personaggio se ancora oggi ricevo grande credito in Francia, Germania, Inghilterra, Russia quando vado a presentare i miei film... All'estero, poi, l'atteggiamento è molto diverso: il pubblico inglese, per esempio, sa che un attore cinematografico può essere anche un attore teatrale. Per un breve periodo quel personaggio mi è rimasto addosso, ma se non lo avessi interpretato la mia carriera sarebbe stata più "normale".

Da regista, che cosa la seduce in un attore o in un'attrice? Per esempio, che cosa le ha fatto capire che Kim Rossi Stuart era perfetto per diventare il bel René in "Vallanzasca"?
La prima proposta che mi fecero i produttori, per il ruolo di Vallanzasca, era Riccardo Scamarcio: forse, per statura fisica e somiglianza era più vicino al bel René. Kim è uno spilungone, trenta centimetri più alto di Vallanzasca (e ho sofferto molto per inquadrarlo), ma la sua statura di attore e la sua struttura mentale mi hanno fatto capire che poteva darmi qualcosa di più: Kim è un po' maudit, si porta appresso questo estremismo psicologico, ama i personaggi maledetti. Questo ruolo lo ha fatto impazzire: so che avrebbe dovuto girare un film con Favino e ha rifiutato perché, dopo che ti sei saziato con un personaggio come Vallanzasca, è difficile trovare un ruolo altrettanto appassionante. Un regista è come un medico, o uno psicanalista: in Kim ho individuato un'intensità psicologica che mi ha convinto.

Inoltre, gli attori che vengono scelti da lei assistono a un'impennata delle loro carriere...
È vero, quasi tutti gli attori che hanno lavorato con me hanno guadagnato i premi più importanti, dai David di Donatello ai Nastri d'Argento, e questo mi fa piacere. Credo che questo dipenda dal fatto che io sono, comunque, un attore. L'attore è un essere molto fragile, a dispetto della sua immagine seducente. Da attore, conoscendoli, riesco dunque a entrare in comunicazione con loro e a sostenerli in questo percorso lavorativo meglio di un regista. Poi, curiosamente, ai prossimi David di Donatello mi hanno negato la nomination come miglior regista per "Vallanzasca": hanno nominato attori, direttore della fotografia, ma non me. Ma io avrò detto qualcosa a queste persone, o no? È accaduto lo stesso con "Romanzo Criminale" che ha vinto circa dieci David, ma non il premio per la miglior regia. Credo che alla base di tutto questo ci sia il non voler riconoscere che un attore possa essere più capace di un regista normale nell'ottenere di più dagli attori. È un aspetto un po' provinciale di un'istituzione come il David di Donatello. Mi hanno invitato alla cerimonia di premiazione, ma io non ci vado. Questo è un mestiere alla fine, non è che ci voglia chissà quale genio: a furia di farlo, impari a farlo bene. È come entrare in un'officina meccanica o da un grande sarto, dove impari l'arte direttamente in bottega. Ma se non hai un cotè più intellettuale, un certo atteggiamento, un certo modo di essere, questo riconoscimento tarda ad arrivare. Io guardo ad altre forme di riconoscimento: mi hanno chiamato in Francia a dirigere i due massimi attori francesi (Daniel Auteuil e Mathieu Kassovitz nel film d'azione "Le guetteur", ndr) in una grande produzione molto importante, credo che nella storia sia successo soltanto ad altri due o tre registi italiani.

Lei da l'impressione di vivere proiettato in avanti, con la mente e gli occhi già sui progetti futuri. Quest'anno, però, uno sguardo al passato dovrà pur volgerlo, non foss'altro che per un entusiastico bilancio, visto che celebra quarant'anni di carriera e ha ricevuto un riconoscimento durante la prima edizione del Foggia Film Festival. Che effetto le fa pensare a tutti questi anni di lavoro?
Semplice, non ci penso! Sì, è vero, io vivo proiettato al futuro e non mi guardo mai indietro. Picasso ha dipinto i suoi quadri più interessanti a ottant'anni. Qualunque essere umano non dovrebbe mai abbandonarsi al senso del passato e della vecchiaia, e continuare ad avere entusiasmo nella vita e nelle cose che fa. Certo, ci sono persone come noi che possono ritenersi più fortunate, perché fanno un lavoro molto stimolante. Per un artista, ma anche per un giornalista o per chiunque svolga un'attività intellettuale, è tutta una questione di cervello. Poi, potrei fare una brutta battuta e dire che è anche una questione di uccello. Ma è davvero tutta una questione di sensualità, e volutamente uso questo termine e non sessualità: l'amore per la vita, per il cibo, per le donne, per i piaceri... Per esempio, prima di fare questa intervista non ho resistito a raccogliere il fiore che porto nell'occhiello della giacca: lo trovo bello, sensuale, mi regala fascino. Mi fa star bene, questo fiore.

di Tony Di Corcia
inserito il 29.4.2011
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